Anche quest’anno, com’è ormai consuetudine, abbiamo avuto diritto all’omelia di fine anno e di auguri per l’anno nuovo del nostro Presidente Napolitano.
C’è da dire che, trattandosi di un presidente particolarmente loquace, non ci si poteva aspettare, in questa solenne occasione molto reclamizzata e trasmessa, per il dovuto rispetto nei confronti dell’illustre oratore, a reti televisive unificate, che ci venissero comunicate cose nuove. In realtà si è trattato di una sintesi delle innumerevoli precedenti allocuzioni, non sempre tali da passare alla storia.
Non sono state dette cose nuove, ma in compenso non sono mancate le molte ovvietà tipiche del suo repertorio. Per esempio si è affermato che se tutti gli italiani si impegneranno e sopporteranno i sacrifici necessari sarà possibile uscire dalla crisi; ci è stato anche ricordato che occorre provvedere ai giovani, che l’Italia è indissolubilmente unita da centocinquant’anni, che ora anche l’Europa è la nostra patria, e poi gli accenni all’Italia repubblicana figlia della resistenza, alla necessità di aiutare il Meridione, di combattere l’evasione che danneggia gli onesti eccetera.
E’ stata notata l’assenza di qualunque accenno al fatto che tutti – classe politica compresa – dovrebbero accollarsi la propria parte di sacrifici, se non altro per mostrare ai cittadini la propria partecipazione al disagio comune, né si è parlato del fatto che il nostro paese è soffocato da una burocrazia e da una magistratura assolutamente inefficienti ed arbitrarie, e da un livello di tassazione confiscatorio, che impediscono con il loro comportamento ogni possibilità di ripresa e di progresso economico e sociale.
Infine non si sono bacchettate le parti politiche che continuano un’inconcludente ma dannosissima guerra impostata su antipatie personali e contrapposizione ideologiche di maniera, assolutamente paralizzanti, invece di recitare correttamente il proprio ruolo di maggioranza che decide ed opposizione che critica sì, ma proponendo con serietà e coerenza diverse soluzioni, realistiche e tali da costituire la base per una alternanza vera di governo e non unicamente espressioni della caccia al potere personale ed al posto, ben remunerato, a vita.
D’altra parte il rispetto delle regole base della democrazia non sembra che sia il pensiero dominante del nostro Presidente, che in barba alle prerogative del popolo sovrano, ha insediato un governo di personaggi non eletti da nessuno, adottando il principio del “governo dei migliori”, quelli scelti da lui stesso.
Forse sarebbe auspicabile che il nostro Primo Cittadino limitasse le proprie omelie quotidiane ed i propri surrettizi interventi nella vita del paese, quasi si trattasse di una repubblica presidenziale, ed invece esercitasse con più grinta e vigore le sue precise prerogative costituzionalmente definite, per esempio come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al fine di riportare l’auspicato ordine in un organo dello stato responsabile di un indecente mal funzionamento e di danni incalcolabili all’economia del paese ed al concetto stesso di giustizia.
Il Bertoldo
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