05 aprile 2012

Successo


Ci avevano provato, ma senza alcun esito, alcuni personaggi di primo piano della vita politica italiana: Togliatti, Berlinguer, Longo, ed altri minori. Si trattava di trasformare l’Italia in un paese del socialismo reale, in cui l’unico soggetto autorizzato a volere, decidere per tutti, possedere avrebbe dovuto essere lo Stato, e gli individui sarebbero stati unicamente sudditi, capaci solo di volere ciò che lo Stato vuole: in caso contrario sarebbero stati considerati nemici pubblici e come tali perseguiti.
Ci voleva un gruppo di professori, banchieri, funzionari, sedicenti liberali (nel senso ideologico e non politico del termine), guidati da un esimio rettore universitario, membro di importanti consessi internazionali, per realizzare concretamente i sogni non realizzati finora di cui si è detto.
Ci rendiamo conto che l’affermazione può apparire alquanto ardita, e merita quindi alcune giustificazioni.
E’ sotto l’occhio di tutti il fatto che il nostro paese è stato trasformato in uno stato di polizia (tributaria). Non solamente siamo stati gravati da un fardello di tasse che si rivelerà presto insopportabile ed incompatibile con il minimo accenno di sviluppo economico, ma tutti i cittadini sono ormai considerati – a priori – possibili evasori e come tali inquisiti in tutti gli aspetti della propria vita. Blitz improvvisi, destinati non tanto a scovare evasioni, ma soprattutto a terrorizzare. Ormai l’unico reato passibile di immediata punizione è costituito dall’evasione, e ciò si può comprendere solo se ci si rende conto che essendo un reato – o presunto tale – che colpisce direttamente lo stato non può restare impunito.
Naturalmente lo stato non si interessa affatto di ricercare e punire tutti coloro – e sono moltissimi – che sperperano il denaro pubblico, che vivono parassitariamente, i fannulloni, i corrotti: essi stessi fanno parte di questo Leviatano e quindi non possono essere toccati. D’altra parte lo stato stesso non mostra certamente la stessa tenacia nel perseguire e cercare di sgominare la malavita organizzata che ormai domina intere regioni: in fondo essa danneggia solo i cittadini, non certo lo stato e quindi la sua eliminazione non è certo la preoccupazione principale.
In barba a tutti i principi del diritto, nei confronti dei presunti evasori si è persino invertito l’onere della prova: non sta allo stato dimostrare che io sono un evasore, tocca a me dimostrare che non lo sono, e ciò troppo spesso è molto difficile se non impossibile.
Non c’è alcun rispetto nei confronti dei diritti dei cittadini: si cambiano leggi esistenti, in barba ad ogni logica ed ai diritti ormai consolidati: basti pensare al fatto che questo governo ha rinnegato un solenne impegno dei governi precedenti – che essi stessi erano organi dello Stato – in merito al cosiddetto “scudo fiscale”. Può darsi che le condizioni per il rimpatrio dei capitali detenuti illegalmente all’estero fossero troppo favorevoli, ma comunque si trattava di un solenne patto fra lo Stato ed i cittadini che non ci si è minimamente preoccupati di rispettare. Evidentemente anche in questo caso si è ritenuto che i diritti dei cittadini sono del tutto secondari rispetto al volere, anche dispotico, dello Stato.
E poi si invoca continuamente la necessità che anche dall’estero si effettuino investimenti in Italia – in tal modo, in molti casi, svendendo il nostro patrimonio privato ad entità straniere – ma non c’è alcuna certezza delle condizioni in cui sarà possibile operare, dato che esse possono essere modificate in qualsiasi momento secondo il capriccio dello Stato (o meglio, di chi si trova alla sua guida in quel particolare momento).
Il nostro paese soffre di un enorme debito pubblico, accumulatosi in decenni di finanza allegra, e si pretende di farlo rimborsare o comunque sopportare ai cittadini, con una imposizione fiscale che ormai supera il 50% del PIL. Ci si guarda bene dal cercare, in prima istanza, di ridurlo vendendo ai privati – ai privati, non agli amici, magari certificandone la sismicità – una parte dell’immenso patrimonio immobiliare inutilizzato e privatizzando le migliaia di società di proprietà pubblica, create unicamente allo scopo di sistemare i propri amici e sostenitori. Anche qui, trattandosi di proprietà pubblica, essa deve rimanere tale. L’attivo deve restare dello Stato, il passivo è dei cittadini.
Allo stesso modo, con centomila giustificazioni cui non credono neppure coloro che le presentano, ci si guarda bene dall’abolire certi enti del tutto inutili – le provincie, le comunità montane e via dicendo – o quantomeno razionalizzandoli – accorpamento di piccoli comuni, per esempio – dato che anch’essi sono parte dello Stato e quindi non è concesso ai privati esigerne qualsiasi modifica.
Ogni iniziativa privata, prima di essere realizzata, è soggetta ad infinite autorizzazioni da parte dei pubblici poteri. In buona sostanza si può fare solo ciò che il settore pubblico vuole ed approva e non ciò che l’iniziativa privata, ovviamente nel rispetto del lecito, intende fare: la volontà dello stato prevale su quella del privato, considerato un semplice strumento per la realizzazione della volontà pubblica.
Si potrebbe continuare a lungo in questa elencazione, ma è da ritenere che ciascuno sia in grado di farlo da sé. Le considerazioni che abbiamo svolte vengono rese ancora più gravi e desolanti per il fatto che, in questa surrettizia operazione di “socialismo reale” il volere dominante, alla fine, non è neppure quello dei nostri governanti, ma quello di entità estranee: l’Europa, che troppo spesso riflette unicamente la volontà del paese più forte, la Germania, che considera che gli altri paesi, in particolare quelli aderenti alla moneta unica, non siano altro che dei suoi satelliti. In tal modo sembra che il sogno di predominio della Germania sull’Europa, per due volte sanguinosamente fallito, stia per realizzarsi in modo pacifico e per via economica.
Il Bertoldo

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